1968: una rivoluzione figlia del "Rock 'n Roll"

 

La rivoluzione Sessantottina, che impose il volere e il punto di vista del giovane, fino a quel momento "relegato" al ruolo di semplice "personaggio" di secondo piano, assoggettato al volere genitoriale, è soltanto la "punta dell’iceberg" di un processo ben più contorto, lungo e arzigogolato iniziato parecchi decenni prima.

In realtà,
il processo di una "presa di coscienza" giovanile partì molto prima: attorno agli anni cinquanta, infatti, s’imposero i primi "Jukebox".
Queste macchine, più note con il termine di "macchine musicali", venivano piazzate all’interno dei locali frequentati dai giovani stessi, in mezzo a delle vere e proprie sale da ballo: i giovani, in questo modo, potevano ascoltare la musica anche fuori da casa. Proprio questo è stato il primo passo verso l’indipendenza dei giovani stessi, che potevano in questo modo "scatenarsi", anche grazie all’imporsi di nuovi balli provenienti dall’America.
Il Jukebox, infatti, aveva un’importante pregio: dava la possibilità di ascoltare i bassi, e quindi di scatenare il ritmo: fino a quell’istante, con le radio o i grammofoni, la qualità audio non era di certo brillante. Con il Jukebox, invece, s’impose il ritmo, anche quello più scatenato e, sicuramente, maggiormente messo all’indice per "trasgressione".
Non dimentichiamoci che erano pur sempre gli anni Cinquanta, in cui la morale cattolica dettava legge sugli usi e costumi giovanili.
In Italia, il primo Jukebox fu piazzato, in esemplare unico, a Roma, nel 1956:
in soli due anni, si contavano già oltre 50.000 di questi macchinari.
Contemporaneamente, in America, muoveva i suoi primi passi un personaggio che avrebbe dettato "legge musicale", ma anche di costume, per i successivi dieci, quindici anni: stiamo parlando di un rocker scatenatissimo, che muove il bacino in maniera quasi provocatoria. Stiamo parlando di Elvis Presley.
La sua moda, i suoi gesti, il suo modo di catturare la gente si spandono presto in tutto il mondo diventando una vera e propria mania: le fan lo acclamano e gli lanciano la biancheria intima sperando di poterla far autografare dal loro mito.
L’Italia, come spesso accade ancora oggi, resta parecchio indietro nell’adeguarsi alla nuova moda: in un Paese fatto di buoni sentimenti e di cantanti come Claudio Villa o Nilla Pizzi, era impensabile che si potesse imporre il nuovo genere: piano piano, però, anche i cantanti sentono il bisogno di adeguarsi.
Seguendo la scia del "Rock lento" vocale Americano, tipico dei Platters, iniziano la loro carriera i cosidetti "urlatori": in primis, Tony Dallara, che s’impone con la sua voce delicata e possente allo stesso tempo.
Non era ancora tempo: i giovani desideravano dei miti della loro età, che cantassero i loro sentimenti, la loro gioia e i loro amori.
Era tempo che nascessero dei rocker italiani, giovani per i giovani, e che si cominciasse a dar voce al fenomeno del Rock ‘n Roll: nel 1957 approda in Italia il primo Festival del Rock ‘n Roll, a Milano.
E’ un evento epocale: la polizia è in tenuta "anti sommossa" per contrastare il grandissimo flusso di giovani accorsi alla manifestazione. Proprio in quell’anno cominciano a farsi strada i primi "Elvis Tricolore".
Primi tra tutti, si affacciano alla ribalta Little Tony e Adriano Celentano. Quest’ultimo, colpisce subito per le sue movenze "molleggiate".
Ma, ovviamente, la morale pubblica non stava a guardare: in Inghilterra, intanto, il Rock ‘n Roll aveva subito una mutazione importante, diventando "violenza" presso certi settori giovanili, che davano un’interpretazione distorta del fenomeno.
Stiamo parlando dei cosidetti "Teddy Boy", veri e propri teppisti organizzati in bande.
La preoccupazione italiana era che accadesse lo stesso per i giovani del nostro paese, che potevano così "prendere spunto" da uno stereotipo di violenza.
Eravamo ormai nella seconda metà degli anni Sessanta: il clima di tensione e di insoddisfazione cresceva tra i giovani, stanchi di essere continuamente succubi dello strapotere genitoriale. Era il momento di dar vita a qualcosa di nuovo, di importante, che mettesse il giovane al centro del mondo, che ponesse il giovane al centro di un’ottica che lo vedeva protagonista della propria vita, dei propri sentimenti, del proprio modo di pensare. I giovani volevano essere liberi di essere se stessi.

Erano gli albori del Sessantotto: il resto è storia.

2 Commenti

  1. Ciao Dany, il Rock io l’ho vissuto, avevo 15 anni quando ho comprato le scarpe adatte per ballarlo e, gareggiavamo tra noi ragazzi,ho amato il ballo da sempre, tutt’ora lo ballo come allora, ed è propio come dici nel post,è stata una rivoluzione, e, mi sentivo LIBERA, nel ballo esprimevo quello che non dicevo a voce. Auguri, buon anno.

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