Andrà tutto bene(?)

Andrà tutto bene(?)

Andrà tutto bene: lo sento dire da tanto, da troppo tempo… Ma cosa mi spinge a credere che sia davvero così, che andrà davvero così?

“Andrà tutto bene”. È un anno intero, e anche qualcosa di più, che mi sento ripetere questa frase. Andrà tutto bene. È un anno, ormai, che mi viene chiesto di crederci ancora, di fare un piccolo sforzo, un altro ancora, uno di più, di pensare a quando “ci allontaneremo oggi per abbracciarci e stare più vicini domani…” Ma come faccio a pensare che andrà tutto bene?

Come possiamo pretendere di pensare che tutto, per magia, si risolverà e sarà stato tutto un incubo, come quando, da piccoli, arrivavi all’ultimo livello di Super Mario Bros. 2 e scoprivi che Mario aveva sognato l’intera vicenda narrata nel videogioco, con la sola, unica, importante, differenza che questo non è per niente un videogioco. Qui non puoi cliccare su “continua” se vai al tappeto e perdi: se vai al tappeto, sei semplicemente fregato.

Cosa deve spingerci a pensare che andrà tutto, magicamente, splendidamente bene, e “presto” usciremo da questo terribile periodo?

So soltanto che, personalmente, non vedo più i miei amici, fisicamente, dal 31 ottobre, e già dalla metà di settembre, visto l’aggravamento della situazione pandemica, quando già si cominciavano a piangere le prime conseguenze delle riaperture scellerate nei mesi estivi, avevo iniziato a prendere l’abitudine del non uscire più al sabato sera.

Che poi, a dirla tutta, i miei sabato sera non erano neanche così “estremi”, anche perché è risaputo che sopporto poco le discoteche ma amo tantissimo i pub, quei locali con la musica in sottofondo, che non ti annienta le parole, che non ti annienta la voce, che non ti annienta i discorsi, e ti permette di chiacchierare serenamente, trascorrendo una serata diversa, in cui puoi scaricare l’ansia e la difficoltà di una settimana intensa. Eppure, il disastro che stiamo vivendo in questi mesi, in questi anni, mi ha, ci ha tolto anche questo.

Mi sembra passata un’eternità da quando trascorrevo le serate a parlare con i miei amici in macchina, finché non arrivava l’alba, a raccontarci della nostra vita, a raccontarci delle nostre paure, delle nostre aspettative, dell’amore che ha continuato a farci del male, nonostante tutto e tutti, regalandoci una parola buona, una parola di speranza, una parola di conforto, e forse anche un sorriso, e provo tanta tristezza nel rendermi conto di come, adesso – e per fortuna che esistono! – i mezzi di videocomunicazione siano diventati la nostra “piazza virtuale” d’incontro. Non ci sono più le stelle da guardare, non c’è più la luna da fotografare, l’alba da vedere, ma solo cellulari che inquadrano noi, seduti davanti al PC, seduti sul divano a rivedere l’ennesimo programma in replica, o l’ennesima serie su Netflix. Il video va e viene, qualcuno ha la connessione che non arriva fino nella propria stanza, e il segnale cade, la comunicazione s’interrompe e rimane il vuoto, rimane uno schermo nero, e in questo vuoto metaforico cadiamo tutti noi, tutti noi che restiamo appesi ad una rete wireless, a delle cuffiette, a sorrisi virtuali di persone vere, di gente che abbiamo voluto bene e che continuiamo a voler bene, nonostante tutto, nonostante tutti, nonostante le distanze.

Qualche giorno fa, qualcuno mi ha detto: “eh, santo il Cielo, ma sei troppo estremista! Ma vediti lo stesso con i tuoi amici, magari fate una passeggiata, a distanza, all’aperto, ma così non perdi i rapporti umani!”

Si, forse è pure vero, non lo so, ma non è questo il messaggio che voglio trasmettere: abbiamo, semplicemente, voglia, bisogno di un ritorno ad una lenta normalità, di un più netto abbattimento delle nostre paure, e questo mi fa pensare a qualche giorno fa quando, tornando dal cassonetto presso cui avevo buttato la spazzatura, ho incontrato un’amica d’infanzia, mia dirimpettaia di palazzo, con cui siamo cresciuti insieme, che mi raccontava come la paura serpeggi, tangibile, nell’aria, facendo la reale differenza, poi, sulla voglia di muoversi.

“Si, io al bar ci posso pure andare, il caffè lo posso anche prendere, posso pure sedermi al tavolo, a distanza, con un amico, o forse due, all’aperto, ma non ci riesco più… La paura che qualcuno si sia seduto lì, che abbia toccato la tazzina, che il virus possa essere sulle superfici, mi rende talmente nervosa che mi passa la voglia anche solo di uscire, perché so che non mi divertirei…”

Sembriamo quasi colpiti da una potente isteria di massa, scatenata da questa umana, comprensibile, paura del contagio, paura di perdere i nostri affetti più cari, paura di perdere le persone a noi care, paura di essere NOI i vettori di un nemico invisibile che possa uccidere chi ci è tanto caro, magari inconsapevolmente, magari silenziosamente.

All’inizio, ricordo che questo pericolo, questa malattia, questo terribile virus era qualcosa di “lontano” rispetto a noi, qualcosa che poteva tangerci, certo, ma forse non così direttamente. Ricordo che il 9 marzo 2020, proprio a ridosso del lockdown, fu l’ultima volta in cui vidi i miei amici: abbiamo fatto un tratto di strada insieme, a pochi metri dalle nostre case, scattato una foto rigorosamente a distanza e con la mascherina, ma sentivamo che era il presagio di qualcosa di veramente più grosso di noi, di veramente senza alcun precedente. Ho un ricordo estremamente nitido delle strade totalmente deserte, del canto degli uccelli perfettamente udibile alle quattro del pomeriggio (cosa praticamente impossibile in qualsiasi centro abitato non solo italiano, ma credo del mondo, tranne in quei piccoli, meravigliosi, borghi diroccati dove il tempo sembra essersi fermato!). Ho un’immagine assolutamente chiara e precisa del silenzio assordante e del vuoto totale già verso le diciassette, delle domeniche in cui sembrava di vivere una scena apocalittica, post atomica, una sorta di “catastrofilm” alla Bruce Willis, in cui gli abitanti delle città sono scappati via per mettersi in salvo la pelle.

Poi, quella che sembrava una malattia così distante da noi, è divenuta quantomai reale, e ho il preciso ricordo di un conoscente positivo al COVID, che non vedevo da non so quanto tempo, da troppo tempo evidentemente: si sa che in questi casi, vuoi per spirito di protezione personale, vuoi per paura, scatta quella terribile, inaccettabile, caccia alle streghe, con la gente pronta ad indicare l’abitazione di quel ragazzo da sotto la finestra, pronta a fantasiose ricostruzioni del contagio, nemmeno avessero il più sensibile dei sistemi di tracciamento, oltre a tutto quel mormorio, a quel pettegolezzo così fuori luogo da diventare, francamente, fastidioso. Quel ragazzo, però, dopo 53 giorni, ce l’ha fatta, e ricordo perfettamente il suo ritorno a casa, le lacrime dei suoi parenti che attendevano l’automobile al ritorno dall’ospedale, le lacrime del figlio paraplegico dalla nascita, e la sensazione che, forse, c’era ancora una speranza.

Non tutti, però, hanno potuto alimentare questa speranza: sapere di perdere un’amica per il Coronavirus è qualcosa che ti spiazza, che ti distrugge dentro quando ti rendi conto che non hai niente da potere fare. È una notizia che ti lascia interdetto, che ti lascia solamente la voglia di stare in silenzio e piangere.

La mia amica era una Dottoressa, era uno dei Medici caduti sul lavoro proprio a causa del Coronavirus: pensare che era riuscita a fare la prima dose del vaccino, ma quel nemico invisibile, evidentemente, era già dentro di lei ben prima. Ricordo che uno dei suoi ultimi pensieri, su Facebook, era dedicato a quella brutta persona che, pubblicamente, la prese in giro al grido di: “guardala, si è fatta il vaccino ed è ugualmente positiva!”, quasi a voler sottolineare chissà cosa. Fuori luogo ed insensato, come la maggior parte dei commenti che si fanno nei momenti sbagliati, quando la cosa più giusta e sensata da fare è tenere la bocca chiusa e non perdere ottime occasioni per stare zitti. Pochi giorni dopo, un ultimo avviso ai pazienti: “abbiate pazienza, la situazione è veramente grave”. Da lì un silenzio spettrale, il telefono che non squillava più, fino alla notizia, un mattino di qualche settimana fa, di un’altra vita volata via troppo presto.

Mi sono dilungato forse troppo, e so, caro lettore, che probabilmente ti sarai anche rotto le scatole, e credo tu non abbia tutti i torti. Ma ancora adesso sento l’eco di quelle voci dai balconi che urlavano: “andrà tutto bene, ce la faremo!”.

E noi ce la faremo. Si. Ma non sappiamo quando.

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