La fine del mondo, e di un amore

La fine del mondo, e di un amore

La fine del mondo, e di un amore, mentre tutto si perde in questo silenzio fatto di dolore e ripicca, di stupido orgoglio e lacrime…

La fine del mondo, e di un amore. In mezzo a tutto quel dolore che non va via…

Quando, qualche giorno fa, ho letto che, secondo un fisico austriaco, la fine del mondo sarà il tredici novembre di quest’anno, la prima cosa che ho pensato è stata quella di chiederti se quella data avesse mai potuto vederci ancora insieme. Ad oggi manca ancora qualche mese – e spero vivamente che i calcoli del fisico in questione si sbaglino – ma l’unica cosa che conta è che tu hai deciso di non esserci.

Sto cercando tutti i modi possibili per dimenticare che tu esisti, proprio come tu hai fatto con me: in fondo, ricordo bene quel tuo messaggio in cui mi scrivesti che avresti fatto tutto il possibile per dimenticarmi ed andare avanti senza troppe remore (ed infatti, neanche due mesi dopo eri già fidanzata con l’ennesima persona che hai trovato sulla tua strada, vabbè…) Il fatto è che, però, io non riesco a fare come fai tu: per quanto io mi possa mettere di impegno a voler distruggere il tuo ricordo, ad evitare di piangere quando arriva la sera, e per quanto io cerchi di fare il possibile per dimenticare che tu esisti, non riesco proprio a fare a meno di te.

Alle volte mi fermo e penso che, in fondo, non hai poi fatto tanti complimenti nel dimenticarmi come se non fossi mai esistito, e come se tutto quello che abbiamo vissuto, per te, non avesse il minimo valore (dubbio, se permetti, legittimo considerando quanto facilmente hai trovato un’altra persona: che poi sia soltanto un inconsapevole “tappabuchi”, questo è tutto un altro discorso…), ma, nonostante tutto, non riesco a trovare il modo di dimenticarti ed essere cattivo come lo sei tu. Sarebbe bello diventare come te, sai? Mettere un po’ di foto in giro, farsi conquistare dalla prima persona che incontri, fare vedere a tutti che stai bene e hai già superato ogni difficoltà, e magari rendersi conto che, a dire il vero, non hai proprio superato un accidente di niente.

Ah già, dimenticavo: tu sei la regina del silenzio. Tu sei quella persona che osserva ma rimane in silenzio, che guarda ma non dice nulla. Ed è coerente con il fatto che, lungo gli anni vissuti insieme, tu mi abbia punito tante volte utilizzando il silenzio, facendomi del male senza nessuna pietà. Ed infatti, in maniera coerente, te la sei data a gambe levate sparendo nel silenzio, senza neppure avere il coraggio di guardarmi negli occhi. Un giorno mi hai detto di avere mal di testa e, da quel pomeriggio di ormai, quasi, un anno fa, sei sparita per sempre.

È pur vero che, proprio nel silenzio, hai cercato ancora di comunicare con me, attraverso messaggi anonimi e chiamate, e tutto ciò mi fa capire quanto tu abbia solamente cercato di sovrascrivere il ricordo di noi, non rendendoti conto di quanto possa essere goffo e – lasciatelo dire – stucchevole ciò che hai messo in atto. Allo stato attuale delle cose, io non so come fare a dimenticarti: mentre tu sei felice e contenta e te ne vai in giro negli stessi locali che frequentavamo noi, guarda caso facendo le medesime cose, Io piango il dolore delle ferite che mi hai lasciato tu senza troppi complimenti.

Ti posso assicurare che fa molto male, ma, allo stesso modo, ti posso assicurare che tutto quel dolore, prima o poi, ricadrà sempre su di te, proprio come è stato fino ad adesso nella tua vita: non hai mai compreso il valore di chi voleva soltanto starti accanto, di chi cercava solamente la tua presenza quando tu gliela negavi per punirlo e farlo soffrire. Mi ricordo bene la volta in cui, ormai un anno fa, decidesti di punirmi distruggendo l’unico desiderio che avevo: volevo vedere il tramonto del solstizio d’estate insieme a te, e la sola cosa che hai saputo fare è stata quella di negarmi questa possibilità, perché dovevi farmi soffrire, perché non ti importava nulla tranne che di te stessa.

Come vedi, è passato un altro anno, e di quel tramonto non c’è ulteriormente traccia: dovrebbe rendersene conto chi hai accanto adesso, e, molto probabilmente, dovrebbe evitare di cantare vittoria troppo presto, iniziando a farsi un paio di domande. In fondo, hai sempre riservato il medesimo comportamento a chiunque ti fosse accanto: non vedo per quale motivo chiunque venga dopo di me debba poter fare eccezione. In questo preciso momento della mia vita, non ho idea di come cancellarti dal mio vivere: sto facendo tutto il possibile per relegarti in quel silenzio in cui mi dimostri di stare così tanto bene, ma non riesco a riuscirci in nessun modo.

Vorrei credere che ci riuscirò in futuro, e che qualcuno saprà seriamente prendere il tuo posto, ma io non ho bisogno di storie “tappabuchi” con persone che non si rendono neanche conto di essere soltanto una triste fotocopia ingiallita di ciò che il cuore sta davvero chiedendo, così come non credo alla possibilità di trovare qualcuno che possa riuscire, finalmente, a fare meglio di te e di tutte le persone che ti hanno preceduto. Avevo tanti desideri, tante speranze, e credevo di poterli realizzare con te, ma, per l’ennesima volta, mi hai soltanto dimostrato che è tutto inutile, e che, molto probabilmente, non ho neppure diritto ad un amore vero, altrimenti non riesco a spiegarlo.

So soltanto che, adesso, ho molta rabbia e molta sofferenza dentro: l’unica cosa che mi resta è raccontare la mia storia, ma la maggior parte delle volte non ho neanche bisogno di farlo, perché – e questa cosa, credimi, mi rassicura moltissimo – le persone che ho intorno si sono rese conto da sole di ciò che ho vissuto e di tutto ciò che è successo dopo, del tuo comportamento e di ciò che hai messo in atto. Perché sì: determinati comportamenti giudicano più chi li mette in atto che chi li subisce. E più passa il tempo, e più mi rendo conto che non riesco ad azzerare il ricordo di te. In questo preciso istante della mia vita, Io non ci riesco, e sto soltanto soffrendo inutilmente.

Brava: hai ottenuto quello che volevi. Il tuo essere in guerra con il mondo – ma, ancor prima, con te stessa e con i tuoi demoni – ha vinto un’altra volta, perché la gente come te sa soltanto distruggere e non sa affatto costruire. Ma soltanto una cosa vorrei chiederti: ma che cazzo ne hai guadagnato dall’avermi trattato così e dall’aver perso la faccia di fronte ad un comportamento così esecrabile? La risposta non l’avrò mai, perché, a conti fatti, non te ne rendi neppure conto. E questo – mi devi credere – è veramente triste e preoccupante… Non riesco a cancellarti, e non ho problemi a dire che sto soffrendo come un cane ormai da diversi mesi. Non deve esserci nessuna vergogna nel raccontare la propria sofferenza, perché soffre soltanto chi ha un cuore.

Il resto rappresenta soltanto che ha un tozzo di carbone al posto dei sentimenti. E neppure se ne rende conto…

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