L’Alzheimer uccide la mente, ma il cuore no!

L Alzheimer uccide la mente ma il cuore no

L’Alzheimer uccide la mente, ma il cuore no! La storia di un uomo e del suo grande cuore che non risente della malattia, nonostante tutto e tutti!

L’Alzheimer uccide la mente, ma il cuore no! Forse è difficile da immaginare, ma è una grande verità…

Ho sempre avuto un gran bel rapporto con i miei vicini: ritengo che essi siano la famiglia che ti ritrovi nelle porte accanto, con cui scambiare quattro parole, divertirsi, cenare insieme, e dove poter trovare aiuto quando resti senza limoni a casa, e te ne accorgi soltanto alle dieci di sera, quando non puoi di certo affacciarti in balcone e cominciare ad urlare “signora i limoniiii!”

 

A prescindere da tutti i discorsi, però, ritengo che il rapporto di buon vicinato sia un’esperienza assolutamente fondamentale del buon vivere civile, vettore basilare del rispetto e dell’educazione necessaria ad un’esperienza felice, armoniosa, e capace, in qualche maniera, anche di regalarti un sorriso nei momenti più complicati e difficili della vita: nei miei articoli – fateci caso – cito spesso i miei vicini di casa, che talvolta sono giovani, come me, e quasi sempre hanno tante cose in comune da poter condividere.

Recentemente, per fatti contingenti, ho conosciuto meglio i miei vicini: sono fuori dai canoni con cui ho imparato a convivere negli ultimi anni, ma sono davvero simpatici, sempre pronti a scambiare due parole, a farmi assaggiare qualcosa, a suonare alla porta anche solo per chiedermi “come va?”. Sono una coppia di signori non tanto attempati, sposati da un po’ di anni, con una particolarità: lui, che non è neanche tanto avanti con l’età, soffre di Alzheimer.

Lo vedo spesso, li, perso nei suoi pensieri, seduto su una sedia, in balcone, o con lo sguardo perso a guardare le montagne, quasi come fosse assente, appoggiato alla finestra della cucina: ho notato diverse volte che questo signore, insieme a sua moglie, sembrava volesse dirmi qualcosa, ma era come bloccato dalla paura, dalla vergogna, dal non volermi quasi disturbare, forse solo per timidezza, forse soltanto per educazione. Almeno finché non ho fatto il primo passo.

Qualche giorno fa, rientrando, ho visto il Signor C. alla finestra, come ogni sera: l’ho salutato, lui ha annuito con la testa. Tremava vistosamente, cercava di dirmi qualcosa, così mi sono avvicinato. Con la voce sottile, tremante, mi ha detto “piacere, io mi chiamo C., la vedo sempre qui accanto!”

In qualche modo, abbiamo fatto amicizia e siamo entrati in confidenza: proprio qualche giorno fa mi ha detto “posso darle del tu? Mi piace parlare con te, sei una persona intelligente. Abitiamo vicino: vieni a trovarmi, ti aspettiamo con mia moglie!” Tra un casino e l’altro, non c’è stata l’occasione, almeno fino a ieri sera: al termine di una giornata pesantissima, fisicamente e psicologicamente, ero seduto sul divano, intento a guardare dei reel su YouTube, quando sento suonare il campanello. Da dietro la porta, mi accorgo di una figura minuta, bassa, tremante, intento a tenere un foglio bianco: apro la porta, dopo aver indossato la mascherina regolamentare, e mi ritrovo davanti questo signore, con una poesia tra le mani. Stento a capire, ma mi fa cenno di avvicinarmi in casa sua, dove, sul ciglio della porta, mi aspetta la moglie, anch’essa desiderosa di poter, finalmente, parlare un po’ con me.

La casa è modesta, piccola, ma piena di tutti i confort necessari: mi siedo a debita distanza – visto il periodo – ed inizio ad ascoltare l’incredibile storia di quest’uomo.

Mi racconta di avere avuto una vita spettacolare, fatta di avventure, di studio, di passioni: mi racconta, ad esempio, di quella volta che presentò un suo brevetto a “Portobello”, da Enzo Tortora, in TV, in diretta nazionale. Seguo con difficoltà il suo racconto, le sue mani tremano, il suo respiro è affannoso, ma lui è lucidissimo, nonostante l’evidente, triste, inevitabile, progredire della malattia: mi mostra una foto del suo matrimonio con la moglie, risalente a solamente cinque anni prima. Era una persona completamente diversa, irriconoscibile: la malattia lo ha letteralmente divorato nel giro di pochi anni, arrivata improvvisa, impietosa, e lo ha trasformato radicalmente, riducendolo a chiedere aiuto anche solo per alzarsi da una sedia. Tiene in mano uno, due, tre fazzoletti, che usa per asciugare la bocca, perché la malattia gli impedisce di deglutire correttamente, e spesso deve fermarsi, perché va in apnea. Mi racconta dei suoi studi, del suo non essersi mai arreso, dell’essere stato sarto, inventore, di aver avuto anche una carriera militare, e, con lo sguardo, mi indica la bacheca con un sacco di coppe, riconoscimenti, encomi, e quasi mi sembra assurdo che quell’uomo, quel mucchio di pelle ed ossa seduto su quella sedia, tremante come una foglia, fosse la stessa persona della foto che troneggia su quel mobile. Mi sembra incredibile ed impensabile allo stesso momento.

Poi, prende in mano quel foglio bianco che voleva donarmi poco prima, davanti la porta: è una poesia. Il mio vicino è un poeta: nonostante la sua grafia sia ormai illeggibile, nonostante la sua mente si stia, lentamente, sgretolando, il suo cuore è stracolmo di emozioni, che trascrive con un piccolissimo portatile, uno di quelli piccolini, da dieci pollici, a cui ha attaccato un piccolo microfono per la dettatura vocale. Leggo le sue parole, e rabbrividisco pensando alla sofferenza che trasudano, al dolore che emanano attraverso quei versi, e mi rendo conto che una lacrima bagna il foglio che mi ha donato, “Non sono più niente”, mi ripete. Ma io lo so che non è affatto così: mi racconta dei figli, che lo hanno abbandonato anni fa al termine del suo primo matrimonio, dei sacrifici fatti per donar loro un futuro, e più mi racconta del suo passato, più lo vedo tremare ed agitarsi, mentre cerchiamo di calmarlo come meglio possiamo, perché di sofferenza – ahilui – ne ha già troppa.

Si è fatto tardi, deve cenare, deve prendere le sue medicine: ringrazio, con la voce rotta dall’emozione, prendo quel foglio e la porta si chiude dietro me. Rientro in casa, mi siedo e mi perdo nel dolore di quei versi. È soprattutto il verso finale che mi colpisce particolarmente: “ora sei solo, nel nulla”. E forse è proprio questo verso che racchiude tutta la sofferenza di questa malattia, di quest’uomo così insospettabile e della sua così incredibile vita.

Perché l’Alzheimer può uccidere la mente, ma non ucciderà mai la bontà del cuore!

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