"L'insoddisfazione, qua, ci ha raggiunti facilmente"

L insoddisfazione qua ci ha raggiunti facilmente

“L’insoddisfazione, qua, ci ha raggiunti facilmente” cantava Renato Zero, mentre questa vita va avanti ed io cerco di comprenderla, senza neppure riuscirci…

L’insoddisfazione, la vita che scorre, ed è sempre e rigorosamente uguale…

C’è sempre un vago senso di vuoto sottostante a tutto…

Oggi è il primo di settembre, e tutto ricomincia daccapo: è strano, perché quest’anno – come accade, ormai, da fin troppo temponon ho assolutamente sentito l’estate che tra poco se ne andrà. Certo, posso dire che ho rallentato un po i ritmi, quello senza dubbio, ma ho lavorato ogni giorno – sabato, domenica e festivi compresi – a qualsiasi orario, esattamente come se fossero giorni di una vita assolutamente identica in ogni sua ripetizione giornaliera.

E’ triste tutto questo: ricordo che quando andavo a scuola, ed arrivava settembre, sentivo dentro una morsa per quel che mi lasciavo alle spalle, per la spensieratezza che non poteva più esserci, per il ritorno a ritmi serrati e stress che mai nessuno ha compreso davvero, perché i bambini, ai miei tempi – ma credo anche adesso, e forse è pure peggio – venivano trattate come metaforiche “bestie da soma”, con ritmi assurdi di cui nessun psicologo si è mai interessato. Ore ed ore sui banchi e a casa, senza più un accenno di vita sociale.

Poi, diventando grande, sopratutto alle superiori, direi che l’inizio della scuola diventava, per me, un modo per incuriosirmi, sapendo che avrei vissuto mille nuove avventure, avrei incontrato gente e reincontrato gente, imparato cose che disconoscevo, vissuto emozioni, e magari avrei potuto ricominciare a vivere silenziosamente i miei sentimenti, come faccio da una vita. E poi c’erano i giorni dell’occupazione, le esperienze, il bisogno di crescere, di diventare grandi, di isolarsi appresso ai propri pensieri da adolescenti…

…Ricordo il grande campo di marmo dove si giocavano le partite, gli spalti e il sole che ci arrivava addosso, nelle mattine d’inverno serene e gelide, e noi che fantasticavamo sul futuro, sulla gente, sui bisogni, sulla vita che sarebbe stata: passavamo delle ore ad immaginare, e vivevamo i cambiamenti del tempo e delle stagioni attraverso riti quasi “di passaggio”, dal valore simbolico, come l’arrivo delle mezze maniche o dei maglioni, le stufe accese e la pioggia da dietro i vetri. Tutto aveva un altro senso…

…Poi, finita la scuola, sono entrato nel mondo adulto e sono cambiate tante cose, ma ho sempre cercato di reagire, da solo o cercando un aiuto che raramente ho trovato: ad un certo punto, poi, la mia vita ha subito una svolta in cui credevo di essere, finalmente, completo. Avevo tutto quel che mi serviva per sentirmi bene, forse “meglio”, non dico “bene”, ma meglio, ero più sereno e avevo sempre modo di poter sorridere, di poter riflettere, di poter immaginare, di poter osservare…

…E infine, da qualche anno a questa parte, tutto s’è disciolto in un gigantesco vuoto d’insoddisfazione e di routine: il tempo è sempre lo stesso, le persone sono sempre le stesse, la vita è sempre la stessa e l’unica compagnia è quella di me stesso, lottando verso l’insoddisfazione di una vita che vorrei fosse maggiormente a mia misura, ma che vive solo di questa routine, che – mi dicono in tanti – dovrei ringraziare di avere. E, per carità, lungi da me essere irriconoscente per quel che ho costruito da solo con le mie mani, ma tutto questo ha sempre un velo di tristezza, ha sempre un velo di vuoto, ha sempre quel velo di chimere inseguite correndo appreso a non si capisce bene cosa.

E oggi, intanto, è il primo settembre, ed io non vedo più nient’altro se non un lento, routinario, avvicendarsi di giorni e di tempo, che portano sempre più lontano, verso questa vita che scorre e che mi sforzo, ancora, di comprendere. Spesso, senza neppure riuscirci.

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