Non hai mai capito che volevo solo averti accanto

Non hai mai capito che volevo solo averti accanto

Non hai mai capito che volevo solo averti accanto. Non hai mai voluto capire, non hai mai voluto sforzarti di comprendere. Mai e poi mai.

Non hai mai capito che volevo solo averti accanto. Non hai mai voluto sforzarti di capire.

Ci sono serate come questa che mi manchi, mi manchi atrocemente, mi manchi da mancare il fiato, e la sola cosa sensata che riesco a fare è scappare via, alzarmi, mollare tutto, fiondarmi in macchina e farmi centinaia di chilometri in auto nel cuore della notte. E mentre le strade corrono veloci e vuote davanti a me, piango, piango fortissimo e nessuno mi vede.

Piango e vorrei urlare alla città che dorme tutto il dolore che sento dentro, e tutta la mancanza che sento in momenti come questi.

Molti amici mi continuano a dire: “ma perché ti manca? Ma cosa ti manca? Cos’hai da farti mancare?” Mi trattavi male certe volte, mi urlavi e non capivi. Non ci vedevano mai, non riuscivamo mai a stare insieme, spesso per una tua scelta volontaria, e tu mi rimproveravi perché pretendevo la tua presenza, perché la chiedevo a gran voce, facendomi sentire sbagliato, facendomi sentire errato, come se chiedere presenza fisica, come se chiedere la presenza materiale delle persone che si amano equivalga ad avere enormi pretese, ad esagerare, a vivere il rapporto in maniera sbagliata, e, quindi, sentendoti autorizzata a trattarmi male e farmi credere di essere sbagliato solo perché desideravo la presenza della persona che amavo, che eri tu.

Forse ho sbagliato anche io in mille cose, e oggi cambierei moltissime cose che ho sbagliato in buona fede, probabilmente capirei di più tutto quello che non ho capito fino ad ora, ma continuerei a pretendere di essere capito. Proprio come tu non ti sei mai sforzata di fare con me, non comprendendo che desideravo solamente averti accanto. Volevo solo la tua presenza fisica.

E invece giocavi a mancarmi. E invece facevi leva sulla mancanza e sull’abbandono, e mi facevi male. E più mi facevi male e più urlavo che non era giusto trattarmi così, e più mi facevi sentire sbagliato. Ma allora dimmi perché, mesi dopo, quando ho raccontato la mia storia, tutti mi hanno detto che non c’era niente di errato, e che se ami veramente una persona hai bisogno e senti la necessità naturale di passare del tempo con lui e con lei, dimmelo!

Alla fine, mi arrabbiavo perché mi lasciavi sempre da solo, perché avevo bisogno di te nei momenti più delicati e tu non c’eri, perché mi hai negato la semplicità di guardare un tramonto insieme, di aver bisogno di un abbraccio all’improvviso, di venirti a prendere, a sorpresa, un pomeriggio, perché tutto era sempre più importante e prioritario di me. Sempre e comunque.

E ora mi manchi. O forse dovrei dire che non hai smesso di mancarmi, visto che mi hai lasciato solo per tantissimi mesi. Ma questa sera ho risentito alcuni dei nostri vocali, e ammeto quanto mi manchi la tua voce e quanto sapessi essere buffa, quanti guai sapevi combinare. Mi manca poter scherzare con te e guardare la notte insieme. Ma non mi hai mai compreso, e hai sfruttato la basilare e giusta necessità di amare davvero, di essere VERAMENTE presenza fisica, per attaccarmi, per farmi sentire errato, per rovesciare le situazioni, mettendo in atto il più malefico dei GASLIGHTING, il più terribile che potessi, e usando tutto questo per aver la scusa di scappare via.

Ma io non posso considerare che decine e decine di persone mi hanno detto che non ho sbagliato niente, e che era giusto chiedere maggiore presenza fisica, perché due persone che si amano davvero non possono vivere un rapporto al telefono, poche ore al giorno, pur abitando a pochissimi chilometri di distanza. Non possono. Ma tu continuavi a dirmi che ero sbagliato, che ero deviato, perché “tutte le tue amiche si vedono una, due volte a settimana, oppure ogni due settimane, con il proprio fidanzato, e stanno benissimo insieme, anche da cinque o sei anni”. E continuavi a dirmi che non potevi lottare per me, e continuavi a dirmi che non potevi fare nulla.

Ed io mi sentivo una stupida opzione, e mai la scelta. Mi sentivo male, mi sentivo respinto, mi sentivo errato, mi sentivo non capito, mi sentivo non amato. E nessuno capiva perché fossi sempre solo. Chiunque mi incontrasse continuava a chiedermi: “ma dov’è lei? Perché sei sempre solo?” Ed io passavo i pomeriggi a vedere i ragazzi camminare insieme, mano nella mano, mentre mi rendevo conto di non averne diritto. E allora mi innervosivo, e tu questo lo sapevi bene. In fondo, col senno di poi credo che, forse, hai architettato tutto bene, perché sapevi di farmi del male, sapevi che stavo male, sapevi che mi facevi soffrire, e sapevi che, prima o poi, non lo avrei più accettato. Ed è stato in quel momento che hai voltato le carte a tuo favore, dicendo che era “tutta colpa mia”, dicendo che “non ti ho mai capito”, dicendo che “ogni per sempre diventerà un mai”.

Dicevi che “non sapevamo come fare pace”, ma la verità è che tu me lo hai sempre impedito. Mi hai detto che, addirittura, “in fondo ci avrei anche goduto”, e hai cercato di frantumarmi a mille pezzi dicendo che “sei stata mesi con me senza amarmi più”. Ma ci pensi a tutto il male che mi hai fatto? Ci pensi a tutte le cazzo di volte in cui ti dicevo che “per farmi arrabbiare ce ne vuole davvero tanto, e che sarebbe bastato solo vivere più seriamente il rapporto per non farmi soffrire e non farmi arrabbiare”, ma tu no. Continuavi, volontariamente. Continuavi, e lo sapevi che non dovevi farmi del male, e lo sapevi perfettamente quanto avevo sofferto e quanto male mi avessero fatto prima di te e per lo stesso motivo. Tu lo sapevi.

Continuo a guidare e piango ancora più forte, singhiozzo che non riesco nemmeno più a sentire la musica alla radio. Sei arrivata a dirti che “ti puntavo il dito e te ne andavi via, perché era in casa che avevi il nemico”. Io che ti ho chiesto di vivere con me sentendomi dire un secco NO. Cretino io, che avrei voluto sposarti, che avrei voluto viverti per sempre. E mentre l’auto cammina lungo queste strade vuote, ripenso che avrei voluto dirti in faccia tutte queste parole, ma non hai nemmeno avuto il coraggio di guardarmi negli occhi. Tu che odiavi tanto e schifavi tanto chiunque si rifacesse una vita così’ facilmente e non hai perso tempo a dimenticare, ad ostentare, a mostrare a tutti che sei l’essere superiore, che non perdoni, che sei quella che non ha pietà.

Tu che dici di fregartene di quello che la gente dice di te, e che forse dovrei cominciare a farti delle domande e renderti conto che le persone non sono cretine come pensi tu. Tu che mi hai impedito di fare mille cose insieme, che mi hai tolto la bellezza di vedere le stagioni e i tramonti insieme, di vivere nuove avventure, di vivere il nostro secondo tempo imparando dai nostri errori. Ed io, cretino, che non sono stato in grado di impedirti di farmi del male, che non ho capito subito che avrei dovuto evitare di arrabbiarmi cercando di farti capire le mie ragioni e la mia sofferenza, perché, alla fine, non hai capito niente di me e dell’amore che ti ho donato per anni.

Sei soltanto stata un’ingrata che non ha saputo valorizzarmi e valorizzare la persona che sono, il mio cuore e i sentimenti che avevo per te e che stavamo costruendo, e che tu hai distrutto senza la minima pietà, senza un briciolo di dolore, esattamente nel modo in cui sei andata avanti senza troppi perché e senza ripensare alle macerie che hai lasciato dietro, lasciandomi a soffrire in notti come queste in cui manca tutto questo. E lo so: lo so che la sofferenza è parte del progetto di vendetta che mettono in atto persone con modi di fare disfunzionali come i tuoi. Quelli bravi li definiscono “narcisisti”, “sadici”, e trovano mille aggettivi per mille dolori.

Io so soltanto che sto portando addosso il peso delle cicatrici che mi hai lasciato tu, figlie proprio della tua struttura di personalità, di quello strano sadismo, di quel cinismo, di quell’illudere per poi svalutare, quasi come se avessi usato per me come ripicca per tutto il male che la vita ti ha fatto.

Mi hai detto “tutti i tuoi ti amo cazzo se li odiavo perché io ti amavo ma ti amavo per davvero”, ma non me lo hai mai dimostrato. E se ora sto soffrendo, lo ripeto, è solo perché sto piangendo le conseguenze di ciò che tu hai messo in atto, inconsciamente o consciamente non lo so. So solo che queste sono le ferite che piange chi ha amato in maniera seria, e ha desiderato vivere seriamente un rapporto. Queste sono le ferite di chi ha subito pesanti abusi psicologici, trattato senza rispetto per aver commesso l’errore di voler amare per davvero.

Tu non lo sai che cosa significa piangere nel cuore della notte, da solo, e rendersi conto che nessuno può aiutarti, che nessuno può fare nulla, perché l’unico antidoto al dolore è lo stesso veleno che te l’ha provocato. No. Tu non lo sai che cosa significa perdere un mese intero a piangere sotto la tua finestra vedendo te che ti divertivi a farmi del male, ad ignorarmi per ferirmi, a dirmi “scusa, vado a vedermi la TV” pur sapendo che io ero ancora li ad aspettare. Che ne sai tu di cosa significa essere costretti a passare da sotto casa tua, perché è l’unica strada, e rivedere tutto il tempo passato insieme. Che cosa ne sai tu, che ti fai grande e sfoggi quella vita che tanto hai criticato, che tanto hai accusato, quando non era vero nulla. Che ne sai di cosa significa farsi centinaia di chilometri nel cuore della notte sperando che il dolore della mancanza passi, ma accorgersi che, invece, ce l’hai seduto accanto, sul sedile vuoto del passeggero. Che cosa ne sai di tutto il male che mi hai fatto e di tutto quello che continui a farmi con le ferite che mi hai lasciato e le conseguenze che mi hanno lasciato addosso? Eh? Che nei sai tu, che sei tanto felice di fregartene di aver distrutto tutto, del male che mi hai fatto. Che ne sai tu che vivi di rancore, di stupida ed inutile cattiveria, di inutili ripicche e vendette, che nei sai tu di come mi sento per colpa tua? Che ne sai di che cosa significa tornare a casa e sentire, forse immaginare, ancora il tuo odore, e rivederti negli angoli, nelle stanze con la luce spenta, e rendersi conto che ogni angolo ti ricorda un momento vissuto… Che ne sai che significa piangere giorni, settimane, mesi, anni, da solo, nel cuore della notte, senza che nessuno si renda nemmeno conto che ci sei? Che ne sai tu di tutto il male che mi hai scagliato addosso solo perché volevo stare per sempre con te?

Si, mi arrabbiavo, ma avevo bisogno di urlare che mi facevi male e non lo capivi. E speravo che, arrabbiandomi, capissi che io non ce l’ho mai avuta con te. Tu non c’entri niente. Non ho niente di personale conte, ma solo con il comportamento che hai messo in atto. E quando mi accorgo che, purtroppo, qualcuno si sta divertendo a pestarmi i piedi, allora esce la parte più dura di me, quella che ha il dovere morale di difendere il rispetto e la dignità di me stesso.

Ed è qui che ho sbagliato, e me ne rendo conto. Perché non avrei dovuto arrabbiarmi, ma solo amarmi di più pur amando te. E invece ti ho amato tanto, troppo. E adesso sto piangendo tutto il male che ho dentro e che tu non riesci a capire in nessun modo.

E per una cazzo di volta, abbi il coraggio di guardarmi in faccia. E abbi il coraggio di guardare dentro di te. Perché sai perfettamente che sto dicendo la verità.

E la mia morale mi impone di non poter star zitto di fronte alla verità. Non posso. E non posso farlo perché stanotte urlerei alla città che dorme tutto il male e le lacrime che ho dentro nel sentire che mi manchi, nonostante tutto.

Perché, ancora una volta, mi rendo conto di essere incapace di odiare chiunque. Anche te, che mi hai fatto così male e non lo meritavo. Anche te, che non ti rendi conto che volevo solo amarti per tutto il resto del tempo. Anche te, che hai voluto farmi arrabbiare per colpevolizzarmi.

Ora non lo rifarei, di certo. Ma il tuo gioco, purtroppo, l’ho capito tardi. Ma, anche se è tardi, l’ho capito. Ed ho il dovere morale di piangere e dire che mi manchi. Ma con la consapevolezza di aver avuto tutto il diritto di chiederti di essere più presente.

E di non aver sbagliato niente. Perché tutti me lo dicono e me lo ripetono. E perché adesso lo so davvero.

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