Se il matrimonio (o la taglia) diventano impedimento al lavoro...

Se il matrimonio o la taglia diventano impedimento al lavoro

Se il matrimonio (o la taglia) diventano impedimento al lavoro… Una situazione inaccettabile ed incivile all’interno della società moderna.

Se il matrimonio (o la taglia) diventano impedimento al lavoro… Eh no, non è affatto accettabile…

Qualche sera fa, la mia amica A., al culmine della disperazione per la sua situazione lavorativa, mi ha raccontato delle centinaia di colloqui che ha realizzato nella vana speranza di trovare un posto di lavoro: esattamente come, purtroppo, mi aspettavo, è uscito fuori che, essendo sposata, diverse aziende hanno immediatamente dato il benservito alla mia giovane amica, che ha appena trent’anni, “perché non rientra nelle dinamiche aziendali assumere persone sposate!”

D’altronde, figurati se, nel 2021, puoi avere “gli attributi” di assumere una donna sposata, ma per carità: e se poi mette al mondo dei figli? Ah, li sono altri guai, altre spese, e poi si ritrova in maternità e tu, datore di lavoro, sei costretto a pagare una persona che, fisicamente, non c’è! Molto meglio, invece, assumere una diciannovenne o una ventenne fresca fresca di diploma, meglio se di poche pretese, per sfruttarla otto ore al giorno, quando va bene, magari per una miseria e senza nessuna possibilità di carriera o miglioramento all’orizzonte.

Inevitabilmente, mentre A. mi raccontava della sua disperazione, pensavo a quella giovane di Crotone, che, su Facebook, qualche giorno fa, ha raccontato di essere stata rifiutata come commessa a causa della taglia che porta, che, esattamente, non è una 38, ma una 52: si, va bene, i proprietari hanno categoricamente smentito la giovane, probabilmente non sapremo, realmente, come sono andate le cose, e quindi diamo il beneficio del dubbio a tutti, ma, in un’ottica più generale, non è certo la prima volta che sento questi ragionamenti da parte dei datori di lavoro.

Ad un’altra mia amica, E. – amica, peraltro, ventennale, che, quindi, conosco molto bene – è successa esattamente la medesima cosa, ma molto tempo prima della giovane di Crotone: lei vive a Torino, e già una quindicina di anni fa mi raccontò del disagio causatole proprio dal non vestire una taglia 38, che, in diversi casi, le è costata l’esclusione da alcuni posti di lavoro. E non venitemi a dire “eh, ma potrebbe non essere indicata visto il peso”, dal momento che ci sono lavori, esattamente come quello della commessa, o altri ancora, in cui non è necessario essere una modella di Victoria’s Secret per svolgere degnamente il proprio lavoro: basta essere bravi, puntuali, precisi, onesti. Sinceramente, tutte cose che non attengono minimamente all’aspetto fisico.

Tra le altre cose, senza trascendere troppo in quello che io definisco il giuridichese, esiste una precisa Sentenza della Corte di Cassazione in cui viene precisato che “la discriminazione opera obiettivamente, ovvero in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato al lavoratore, quale effetto della sua appartenenza alla categoria protetta, ed a prescindere dalla volontà illecita del datore di lavoro” (Cass. Civ., Sez. Lav., 5 aprile 2016, n. 6575). Detto in soldoni, il metro di giudizio di un candidato non può e non deve essere discriminante, e non accettare un candidato solamente perché sposato, o perché ha una taglia di pantaloni superiore alla 48, lo è, checché ne dicano i più disparati datori di lavoro che cercano di arrampicarsi sugli specchi adducendo scuse una più assurde dell’altra!

Ah, per la cronaca: l’Articolo 37 della Costituzione ricorda che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”, mentre l’Articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori specifica che “È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.”.

Esattamente per questi motivi, quindi, a nessuna donna dovrebbe essere posta la domanda relativa al proprio matrimonio, o al fatto di volere dei figli, specialmente se questa viene usata come discriminante per la scelta effettiva del candidato: ad ogni modo, possiamo citare tutti i riferimenti normativi del mondo, ma ci si ritroverà sempre in una posizione di svantaggio, in cui è il datore di lavoro a decidere se sei troppo magra, troppo grassa, troppo alta, troppo bassa, troppo bella, troppo brutta per quel determinato lavoro, e credo che sia esattamente questo l’errore, ovvero il fatto che il candidato, in qualsiasi modo, è soccombente al volere del datore di lavoro, che decide autonomamente i parametri di assunzione, spesso strafregandosene di quello che dice la Legge.

Quello che trovo realmente inaccettabile, però, è questa sorta di “Body Shaming del Colloquio”, in cui l’esaminatore si sente totalmente autorizzato a dire tutto quello che pensa, a giudicarti, tanto da renderti inadatto/a ad un determinato posto di lavoro, esclusivamente secondo i suoi parametri. Ed io che pensavo che il titolo di studio, la serietà, la voglia di mettersi in gioco, la determinazione, fosse ciò che conta davvero!

Insomma: oggi più che mai è importante essere a conoscenza dei propri diritti, soprattutto se sei donna e cerchi un lavoro, anche perché, a conti fatti, da Body Shaming a Body “Sceming” è veramente un attimo!

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